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La verità non è diffamazione

La verità non è diffamazione
(di Carolina Cutolo)

Durante le recenti proteste pubbliche per i mancati pagamenti dei compensi da parte di alcuni editori, non solo gruppi di dipendenti e collaboratori ma anche singoli lavoratori dell’editoria hanno deciso di esporsi a titolo personale dichiarando pubblicamente quali compensi non gli fossero stati liquidati, da quali editori e da quanto tempo. Altri hanno preferito tacere, del tutto legittimamente, perché si tratta di una scelta individuale che dipende da molti fattori (per esempio nel caso di un contenzioso legale in corso si può preferire non inasprire ulteriormente i rapporti in attesa dell’esito di eventuali trattative).

Ma quando per molti editori il ritardo nei pagamenti diventa una modalità di sopravvivenza mettendo sistematicamente il rischio d’impresa sulle spalle di dipendenti e collaboratori (una realtà tutt’altro che marginale che sta finalmente emergendo) dichiarare pubblicamente il nome dell’editore insolvente può essere non solo più incisivo dell’ennesimo inascoltato sollecito di pagamento, ma anche un’azione significativa utile a informare e mettere in guardia altri potenziali dipendenti e collaboratori perché non si fidino di un editore cronicamente insolvente, ed evitino dunque di lavorare per lui se può considerarsi improbabile venire pagati entro i termini stabiliti dal contratto.

Diventa quindi particolarmente cruciale in questo momento una questione che per moltissimi è ancora un dilemma: posso dire pubblicamente che il mio editore non mi paga senza rischiare di essere querelato per diffamazione?

La risposta a questa domanda è NO, perché la querela è un diritto sancito dalla legge (art. 120 del Codice Penale), una giusta e legittima opportunità di ottenere risarcimento nel caso in cui qualcuno ci danneggia diffamandoci pubblicamente.

Alcuni si accontentano di questa risposta negativa per decidere di non rischiare, mentre con un minimo di approfondimento scoprirebbero che la domanda è malposta, e dovrebbe essere riformulata così: posso dire pubblicamente che il mio editore non mi paga senza rischiare una condanna per diffamazione?

La risposta in questo caso è , a patto di rispettare alcune condizioni piuttosto semplici, vediamo quali sono.

La Corte di Cassazione ha stabilito già nel 2007, attraverso una serie di sentenze, che non sussiste diffamazione se le affermazioni pubblicate rispondono a tre precise condizioni:

a) che la notizia pubblicata sia vera (pertinenza);

b) che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale;

c) che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività, senza cioè ricorrere all’insulto (continenza).

Dunque, ricapitolando: se dichiaro pubblicamente che l’editore X non mi ha pagato per un lavoro regolarmente svolto, non posso impedire che l’editore sporga querela nei miei confronti (è un suo diritto), ma se ho dichiarato esattamente la verità, se questa verità è di pubblica utilità, e se mi sono espresso con toni obbiettivi e non ho mai insultato l’editore, nel caso in cui la questione arrivasse in tribunale, la sentenza sarebbe a mio favore, perché il giudice, valutato il rispetto delle tre condizioni, dichiarerà che la diffamazione, in questo caso, non sussiste.

Ma tutto questo nel caso in cui la questione arrivasse in tribunale, perché non tutte le querele ci arrivano, e se avrò rispettato le tre condizioni di cui sopra renderò decisamente più improbabile che la querela arrivi al giudice. Vediamo perché.

Se nella mia dichiarazione pubblica rispetto fedelmente le tre condizioni, è più difficile che l’editore sporga querela nei miei confronti, perché qualunque avvocato, conoscendo la legge, le sentenze della Corte di Cassazione e diverse sentenze precedenti in cui il tribunale ha dato ragione al querelato (ne vedremo una tra poco) sconsiglierebbe all’editore di procedere.

Se tuttavia, pur sconsigliato dal proprio avvocato, l’editore decidesse di andare avanti, prima di arrivare in tribunale la querela dovrebbe essere valutata dal Pubblico Ministero prima e dal Giudice per le Indagini Preliminari poi, che potrebbero valutare infondata la diffamazione e respingere la querela prima ancora che finisca in tribunale.

E ancora, se invece PM e GIP decidessero che sussiste un minimo di dubbio e lasciassero procedere l’iter della querela fino in tribunale, molto difficilmente l’editore la spunterebbe di fronte a un giudice, come è successo nel caso dello scrittore Sciltian Gastaldi, che dopo aver scritto sul proprio blog che l’editore Pequod non gli aveva liquidato i compensi per i diritti d’autore di un libro, è stato querelato da Pequod per diffamazione, con richiesta di risarcimento di 10.000 euro per i presunti danni d’immagine subiti. In questo caso il tribunale di Ancona non solo ha stabilito che non sussisteva la diffamazione, ma ha condannato Pequod a pagare le spese legali e di rappresentanza di Gastaldi.

Leggiamo nella sentenza:

L’autore si è limitato insistentemente ad affermare che i diritti d’autore non gli erano stati corrisposti, cosa del resto vera. Non può dirsi diffamatorio l’intento di denunciare e far sapere ai propri lettori e simpatizzanti che i diritti d’autore a lui dovuti e di cui lui vive non gli sono stati pagati malgrado l’accordo contrario preso. Che un autore che della vendita dei suoi libri non ha visto un centesimo ed afferma nel blog di non aver visto un centesimo non può essere considerato diffamatorio […] e non è una notizia che lascia insensibili gli ammiratori di quello scrittore il fatto che a lui non sia pagato quanto dovuto, ovverosia che la percentuale dei sedici euro spesi per il libro che il lettore sa che deve andare allo scrittore in realtà non gli è corrisposta. La notizia è di interesse generale, per i lettori, che quando comprano un libro vogliono indubbiamente che lo scrittore abbia la giusta percentuale che gli spetti.

Dunque, se l’editore per cui lavoro non mi ha pagato e scrivo pubblicamente sul mio blog, su Twitter o su Facebook, senza ricorrere all’insulto, che non mi ha pagato, questa non è diffamazione, è la verità.

Certamente sta alla singola persona valutare e decidere se e quanto vale la pena esporsi pubblicamente, l’importante è avere la massima consapevolezza dei rischi reali (e non presunti) prima di decidere. Stante dunque questa consapevolezza, e dato per certo che se si decide di dichiarare pubblicamente l’insolvenza di un editore lo si fa rispettando le tre condizioni di cui sopra, è ancora necessario riflettere e farsi alcune domande:

Se un editore per cui lavoro da anni e che ha sempre rispettato i termini di pagamento tarda di un paio di mesi la liquidazione di un mio compenso, ha senso dichiarare pubblicamente questo ritardo, inasprire i rapporti con l’editore, incorrere in una possibile querela, eventualmente finire in tribunale?

Se dopo l’ennesimo sollecito di pagamento a un editore che tarda troppo spesso nel pagare il mio lavoro (oltre ovviamente a smettere di accettare lavori da questo editore) mi confronto con altri collaboratori e dipendenti e scopro che per questo editore non pagare è una prassi sistematica, ha senso che io dichiari pubblicamente questo ritardo, inasprire i rapporti con l’editore, incorrere in una possibile querela, eventualmente finire in tribunale?

Le risposte (ma, come abbiamo visto, soprattutto le domande) stanno al buonsenso di ciascuno, ogni vicenda è diversa dall’altra e naturalmente prima di procedere bisogna riflettere e considerare non solo la reale utilità di una dichiarazione pubblica dell’insolvenza dell’editore, ma anche tutte le possibili conseguenze. L’importante è sapere che come la querela è un diritto, anche esprimere pubblicamente una verità socialmente utile lo è, e che se si seguono fedelmente le tre condizioni di pertinenza, pubblico interesse e continenza, la verità non è diffamazione.

[Carolina Cutolo, scrittrice, ha fondato e gestisce dal 2010 il blog Scrittori in Causa, che fornisce gratuitamente agli autori informazioni, consulenze e assistenza legale su contratti di edizione e contenziosi con gli editori.]

Foto: Jennifer Trovato

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